Le mamme di Brescia si scoprono assai vicine a quelle di Taranto (e ci sono motivi seri, tipo la diossina)….

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di Massimo Mastruzzo*

In questa pandemia esiste anche una nota positiva (l’ingiustificabile è che sia servita una pandemia per farlo capire): aver rimesso al centro delle politiche nazionali il diritto alla salute. Subito dopo però arriva questa nota stonata:

Diossina nel latte materno, a Brescia le concentrazioni maggiori di PCB rispetto ad altri territori in Italia ed Europa.

Nel latte materno delle donne bresciane, anche di aree considerate non esposte al Pcb, ci sono concentrazioni maggiori di questo inquinante rispetto ad altri territori in Italia ed Europa. Questo in sintesi il quadro che emerge dalle due relazioni, (consultabili a questo link) rese disponibili nei giorni scorsi da Ats, sugli ultimi studi condotti sulla popolazione bresciana, per valutare l’esposizione agli inquinanti “tipici“ del Sin Caffaro, ovvero Pcb, diossine e furani. Per quanto riguarda l’aggiornamento del follow-up al 2018 di persone con elevato Pcb-ematico (pubblicato l’11 marzo scorso), “i risultati confermano un’ulteriore riduzione rispetto al precedente rapporto del 2015 del 4% dei Pcb nel siero dei soggetti seguiti con il follow-up”, sintetizza l’Isde – medici per l’ambiente Brescia. Una tendenza alla riduzione nel tempo la rileva anche l’Istituto superiore di Sanità nella relazione (“pubblicata dall’Ats con ingiustificato ritardo”, chiosa Celestino Panizza di Isde) sul monitoraggio su diossine, furani e Pcb condotto tra novembre 2015 ed ottobre 2018. Il confronto tra 41 donne residenti a Brescia e zone limitrofe considerate “esposte“ all’inquinamento Caffaro ed altre 41 provenienti da un’area a presumibile contaminazione di fondo evidenzia che “le differenze di concentrazione tra i due gruppi di donatrici sono risultate significative”, con una forte correlazione con l’età.

Per quanto riguarda le concentrazioni dei composti, le mediane di diossine, furani e Pcb-diossina simile (tossici) è del 33% in più nelle donne quelle “esposte“; per diossine e furani si parla del 25%; per Pcb-diossina simili il 45%. Per i Pcb-non diossina simili, la variazione scende al 12-13%. “Si evince – commenta Panizza – che la concentrazione nel latte materno di diossine e Pcb è significativamente maggiore nelle donne residenti nei comuni della provincia identificate a priori come più soggette ad esposizioni incrementali a questi inquinanti. Si conferma, in coerenza con studi di monitoraggio condotti su varie popolazioni su scala globale che vi è una riduzione dell’esposizione a diossine e PCB e quindi si riduce la contaminazione anche nel latte materno, tuttavia a livelli decisamente più elevati sia nelle aree a maggior rischio che a rischio “minore“”. In tutte le 82 puerpere bresciane, la mediana PCB misurati è di 185,83 ng/g grasso mentre, ad esempio, nello studio della Provincia di Trento 2011-2012 e nello Studio c 2011-2013 le concentrazioni riscontrate erano rispettivamente di 64,8 e di 75 ng/g grasso. “Nei confronti internazionali la situazione italiana è decisamente molto preoccupante, secondo solo a quello delle donne ucraine, e giustifica un monitoraggio stringente”.

“Non si comprende il motivo per il quale il diritto alla salute non valga nel caso del rapporto tra inquinamento e salute…”  è quanto ha commentato la giornalista Valentina Petrini nella trasmissione Tagadà su La7. Nel suo libro “Il cielo oltre le polveri” la giornalista che ha scritto un libro in cui l’incipit è un pugno nello stomaco.

La contaminazione del latte materno, tuttavia, è un problema che già nel Settembre 2010 è stato affrontato nel convegno: Xenobiotici nel latte materno: il caso delle diossine. Diossine e PCB rientrano fra i 12 POPs per cui nel 2004 stata stilata la Convenzione di Stoccolma) che stabilisce che: poiché si tratta di sostanze altamente tossiche, cancerogene, persistenti e di cui, una volta che sono state immesse nell’ambiente, pressoché impossibile liberarsi sia vietata la produzione intenzionale e sia ridotta quanto più possibile quella non voluta, ma risultante come sottoprodotto inevitabile di determinati processi (combustioni). Lo scopo ridurre l’immissione nell’ambiente di queste sostanze dato che, una volta prodotte, praticamente impossibile eliminarle. La Convenzione di Stoccolma è stata sottoscritta da 120 paesi fra cui l’Italia, ma l’Italia è l’unico paese a non averla ancora ratificata.

 

*Direttivo nazionale M24A-ET
Movimento per l’Equità Territoriale

 

(30 marzo 2022)

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