di Samuele Vegna
Audre Lorde, è stata una donna nera, femminista e lesbica, e durante la sua vita, che comincia nel 1934 a New York da una famiglia di immigrati, sviluppa la consapevolezza che tutto il dolore che era costretta a vivere per le categorie sociali in cui rientrava poteva essere espresso, che la rabbia che sentiva dentro di sé non solo aveva ragione d’essere, ma poteva trasformarsi in energia positiva e motore per la scrittura.
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Riesce a dare un nome a ciò che la feriva: razzismo, sessismo, omofobia. E comprende infatti che avere paura di quella rabbia è sbagliato e non insegna nulla, soprattutto quando si vive portando sulle proprie spalle il peso della discriminazione, figlio, a sua volta di un sentimento di rabbia, ma illegittima.
È importante cogliere la differenza tra rabbia e odio: chi prova rabbia, può esercitare una forza contro gli oppressori e per costruire un dialogo tra i pari. L’odio, che per sua natura si muove in verticale, invece ha come unici fini la distruzione e la morte. Lorde raggiungerà la consapevolezza che alcune categorie emarginate vengono convinte di essere colpevoli da chi le opprime e dunque di meritare la punizione dell’oppressione, e questo può generare la rabbia, oltre che l’odio.
La furente rabbia che sente dentro di sé non solo è giusto che ci sia, ma è utile. È la legittima risposta a un sistema che si fonda sull’odio. La rabbia è invece una forza potentissima, essenziale per portare un cambiamento istituzionale e sociale. E’ questo il tema principale del corteo che ha sfilato ieri per Milano, e dei cortei che sfilano per le nostre città, che chiedono giustizia sociale, e parità. Cortei di persone immigrate che vivono, studiano lavorano e pagano le tasse e che qualcuno respinge dal centro con le zone rosse, ma che nei centri città le vuole per scaricare i bancali o pulire le case, pagate in nero e sfruttate.
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La parità in Italia è assente anche tra cittadine e cittadini indigeni, ma non per questo deve essere considerata normalità, perché in un Paese civile (e non lo siamo), ci sarebbe quell’equità che è assente anche per responsabilità da parte delle istituzioni; nelle scuole che creano classi e mense soltanto per immigratə, e nei luoghi di lavoro che ricattano le persone migranti tramite i permessi di soggiorno per poi comunque fargli fare i lavori che noi italiani non vogliamo più fare, e questo non porterà mai integrazione.
Il sentimento della rabbia, del “ne toccate uno, ci toccate tuttə” gridato ieri nel corteo milanese, è costruttivo, la protesta mira a prendersi delle giuste libertà che vede italiani di seconda e terza generazione – ma anche chi fa parte della comunità queer – rifiutare l’etichetta automatica dell’essere criminalizzati per come si vestono e per il colore della loro pelle, cosa che invece accade come è scritto nelle ultime relazioni ONU ed ECRI.
La profilazione razziale delle forze dell’ordine più volte denunciata (ma mai provata) e il razzismo istituzionale e violento di forze parlamentari legittimamente elette (e quindi voce di una parte d’Italia), diventano quindi complici di un clima d’odio che per me, italiano e omosessuale, è oramai impossibile da sopportare e che mi suscita rabbia; è urgente unirsi per costruire una seria alternativa all’odio trasversale che attraversa il Paese, e che come risposta dice ancora “non si sono fermati al posto di blocco, se la sono cercata”, parole tra l’altro diffuse da un giornalismo genuflesso e prezzolato e da una classe politica che peggio non ne ho mai viste.
La pena per chi non si ferma a un posto di blocco non è la morte, ma una multa, ma in questo caso è stato così. Il tentativo d’insabbiare l’omicidio di Ramy, poi il video reso noto dai Carabinieri, è un sintomo del razzismo istituzionale e della deriva autoritaria che da anni in silenzio ha distrutto l’animo culturalmente accogliente, ospitale e altruista della civiltà italiana e ha diviso in targhe ed etichette chi questa deriva la potrebbe combattere con più forza se fosse un movimento più unito e con una direzione finale condivisa.
La migliaia di persone ai cortei a Milano per Ramy, e le tante altre migliaia nelle piazze italiane – ingiustificati e ingiustificabili scontri a Bologna – sono però un punto di non ritorno per l’inizio di una nuova speranza per mettere fine a un sistema di istituzioni che vede come soluzione la segregazione razziale, di genere e per l’orientamento sessuale.
È nata una nuova speranza data dalla rabbia e dal dolore.
(12 gennaio 2025)
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