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32° Festival Mixi di Milano, finalmente i Corti!

di Alessandro Paesano #MixFestival twitter@gaiaitaliacom #CinemaCorti

 

 

 

E finalmente siamo riusciti a vedere i cortometraggi della 32ª edizione del Festival Mix di Milano, corti che sono la linfa vitale di ogni festival. Cortometraggi di caratura diversa ma tutti molto interessanti, se non altro per il discorso che intraprendono o quello che si può intavolare partendo da essi.

I meno interessanti, ci spiace dirlo, sono i tre italiani accomunati (tranne uno) da una visione non proprio serena del lesbismo.

Due le séance che abbiamo visto:

Lez shorts: Unveiled (t.l Corti lesbo: svelati)

 

Una semplice verità (Italia, 2017) di Cinzia Mirabella, in 14 minuti racconta una storia che si stempera dal mistero iniziale nella commedia.

Un uomo viene convocato dalla commissaria (che viene chiamata al maschile per tutto il tempo) perché ha picchiato la figlia che lo ha denunciato, o, meglio, ha ritirato la denuncia. Questo atto atroce di violenza su donna viene messo però tra parentesi perché la narrazione si incentra sul rapporto tra la figlia picchiata (perché lesbica) e la commissaria che scopriamo essere  compagna della giovane donna  che preferisce tenere  la loro relazione nascosta per le solite paure di pubblico ludibrio.

Davanti all’agente che la coadiuva e redige il verbale la Commissaria nega la sua relazione con la figlia picchiata (imbarazzando l’agente addetto a redigere il verbale e divertendo il pubblico in sala, che ride) arrivando a minacciare la donna di diffamazione. Il cortometraggio non riesce a cogliere  minimamente quali sono le ragioni che inducono la Commissaria a rimanere nell’armadio: quella pressione sociale di odio e negatività per le persone omosessuali nella quale cresciamo tutti e tutte, e che nel corto viene invece presentata come una remora personale della donna.

L’agente che redige il verbale, quando capisce che le due donne hanno una relazione è imbarazzato più per l’aspetto personale della rivelazione che per la sua natura “diversa”, finendo con l’imputare all’omofobia interiorizzata della commissaria l’unico ostacolo che impedisce alle due donne di vivere alla luce del sole.

Liberatorio il coming out finale della commissaria che arriva solo dopo un ulteriore outing fattole dalla figlia picchiata che conosce dei dettagli della casa della commissaria che solo una convivente può sapere.

Va bene il tono da commedia ma le remore a fare coming out di una persona omosessuale sono tutt’altro che  personali, dipendono da una insopportabile, asfissiante discorso di odio, il governo attualmente in carica ce lo dimostra in maniera drammatica.

Impeccabile la recitazione.

 

Up! Up! Up! (Italia, 2018) durata 9’ di e con Laura Giannatiempo è il racconto lisergico del soliloquio di una giovane donna iperstressata che cerca di fare yoga in un ambiente ostile (uno pseudo-parco nel quartiere di Valle Aurelia di Roma). Una barbona sembra seguirla e rubarle la borsa ma forse è una ex…

Il corto è l’espressione sincera e genuina di un sentimento di malessere esistenziale di tutto rispetto. Ci chiediamo però della necessità di descrivere una donna lesbica in evidente stato di paranoia e al limite della psicosi.

L’immaginario collettivo ha bisogno di storie positive e non di un’ennesima lesbica isterica e fuori di testa…

 

Più riuscito Green tea  (Italia, 2017) durata 9’ 43’’ di Chiara Rap che racconta con delicatezza ed eleganza del risveglio di Francesca che si alza per preparare la colazione per sé e la ragazza con la quale ha trascorso la notte . In cucina ad attenderla trova Diana una sua ex  la cui presenza, scopriamo, in maniera non proprio chiara (diana è solamente una ex o è morta?), essere una fantasia di Francesca, l’espressione della sua esigenza di confrontarsi con lei riguardo le paure per questa nuova relazione (e se finisce male?). Un tocco esotico, l’inglese nel quale avviene la conversazione, impeccabile nonostante le interpreti siano entrambe italiane, aggiunge qualcosa al  mistero narrativo col quale il corto è presentato.

Dopo la visione ci rimane, oltre all’immensa nostalgia per la storia conclusa, tutta la tenerezza per quella che sta iniziando.

 

Christine (Usa, 2016) durata 10’ di Jessica Adler, è un racconto delicatissimo su una adolescente giovanissima che cerca di sconfiggere a braccio di ferro un coetaneo evidentemente innamorato di lei. Christine non sembra accorgersene, o comunque curarsene. e chiede aiuto all’amico di farla apparire come un ragazzo: si fa tagliare i capelli biondi e lunghi, si fa aiutare a fasciarsi i seni (e dinanzi quella nudità il ragazzo si gira dall’altra parte imbarazzato ma anche atratto). Ma anche con le sembianze da ragazzo Christine  continua ad essere sconfitta dal ragazzo che per consolarla dalla frustrazione mette la mano di lei sulla sua e le dice “vedi? Sono uguali”. Quando poi il ragazzo sembra accettare il desiderio dell’amica di essere un ragazzo proponendole di chiamarla Chris lei gli risponde che quello non è il suo nome.

Non si capisce qual è la frustrazione che induce Christine a voler essere un maschio se l’inferiorità fisica con loro o un desiderio più strutturato. L’idea stessa che una ragazza venga per forza battuta da un ragazzo a braccio di ferro è discutibile e rientra in un cliché tutto da dimostrare. Ci sono sicuramente ragazze più forti di determinati ragazzi e non è certo il sesso di appartenenza a giustificare la presunta superiorità o inferiorità fisica.

Christine sfiora  un argomento importante senza spiegarci davvero il perché delle cose. Splendidi l’attore e l’attrice che regalano ai personaggi che interpretano tutto il candore e l’innocenza e la spontaneità di quell’età. Un po’ poco.

 

Bathroom Rules (Canada 2017) durata 6’ di Kat Idalgo racconta di Charles un bambino che dopo avervi inutilmente resistito esce dalla classe perché gli scappa la pipì  e cerca, senza trovarlo, un bagno sicuro dove farla. Quando si decide a entrare nel bagno trova due bulli che gli impediscono di fare pipì perché quello è il bagno dei ragazzi e non delle femmine.

Non sappiamo se Charles sia un bambino gender fluid come viene detto nella scheda di presentazione. Ha solamente i capelli lunghi – un po’ poco per farne un ragazzo gender fluid, ma sufficiente per  essere bullizzato  per il suo aspetto. Charles esita ad entrare nel bagno dei maschi non perché non si sente maschio ma perché ha paura degli altri maschi presenti in quel bagno!!!

Più  che gender fluid Charles è il classico esempio di vittima del patriarcato per il quale basta un solo elemento di presunta difformità dal genere di appartenenza per essere percepiti come non maschili e dunque femmine e froci a prescindere dalla  effettiva identità di genere e orientamento sessuale.

La riprova che il prolificare di tutte queste nuove etichette che dovrebbero (e non si capisce come) liberare le persone dalle gabbie di genere (le gabbie andrebbero aperte non moltiplicate…) rischiano poi di non cogliere il punto e fare di un ragazzino bullizzato per la chioma fluente un ragazzino gender fluid. Il bue dice cornuto all’asino.

 

Marguerite (Canada, 2017) durata 9’ di Marianne Farley racconta con straordinaria sensibilità il rapporto infermiera/paziente tra l’anziana  Marguerite e la giovane  Rachel.  Il rapporto fatto di confidenza medica (Rachel le fa il bagno, le massaggia le gambe) diventa più intimo quando Marguerite scopre che la persona che Rachel ha chiamato al telefono amore è un’altra donna. Quella rivelazione la turba, ma non per quel che si possa credere. Marguerite ritorna ai ricordi di gioventù, la vediamo sfogliare un album di foto nel quale è ritratta  come hostess evocando una vita di viaggi e non di sedentarietà come le sue attuali condizioni fisiche la costringono.

Prima Marguerite chiede a Rachel com’è fare l’amore con una donna e poi le confessa di essere stata innamorata di una donna ma di non averglielo mai detto. Sai erano altri tempi non era come ora. Era peccato mortale. Poi Marguerite le chiede se può restare un altro po’. E mentre si addormenta Rachel la bacia e si stende a letto accanto a lei abbracciandola.

Un capolavoro di sensibilità e eleganza che noi riusciamo a riportare solo maldestramente.

Molto meglio il corto. Vedere per credere.

 

Y (Germania, 2017) durata 23’ di Gina Wenzel racconta di Laura una ragazza che non gradendo la provenienza borghese e benestante della sua famiglia vive coi propri mezzi (un lavoro in una videoteca) un’appartamento modesto e l’abitudine di rubare i cellulari delle persone per vedere i loro video personali. Così sente di appartenere a loro almeno per un po’, spiega a Safi, una ragazza alla quale restituisce il cellulare rubato. Tra le due giovani donne nasce un rapporto di intimità e confidenze ce le porta a letto anche se Sofi le ha detto subito di non essere lesbica. Quando si risveglia Sofi le ha rubato borsa portafogli e tutti i cellulari.

Corto interessante che parla di due donne molto diverse tra loro e dell’impossibilità di essere veramente di qualcuna. Siamo tutte sole, sempre, e i nostri bisogni prevalgono su quelli delle altre persone.

La scheda del festival sembra che racconti di un altro cortometraggio. Forse non è lo stesso che abbiamo visto noi…

 

Queer Shorts: strings attached (t.l. Corti Queer: legacci attaccati)

Calamity (Belgio, 2016) di Severine De Streyker  e Maxime Flyers (Belgio e non Canada come indicato sul sito del Mix) racconta dell’incontro di France con Cléo la nuova fidanzata del figlio che è una ragazza trans. La sua presenza imbarazza tanto France quanto suo marito e l’altro figlio (che in cucina dice del fratello che è gay visto che si accompagna con un travestito ah cioè no una trans). Mentre il marito la accusa ingiustamente di averglielo tenuto nascosto e il figlio non sa spiegarle nulla perché forse non sa spiegarlo nemmeno a se stesso, il cortometraggio osserva le tre donne, il loro linguaggio del corpo, sottolineandone gesti in comune, lo stesso esitare della mano, la stesa indolenza nello scostare una ciocca di capelli, mentre France attraversa ogni fase di questa nuova e per lei terrificante scoperta, tra negazione (è solo una fase), tentativo di demistificazione (quando prende una mano di Cléo e se la porta al seno dicendole che forse non ha mai provato con una donna e Cléo prima la schiaffeggia e poi le chiede scusa) e poi se non l’accettazione la presa d’atto.

Un corto attentissimo a non fare dell’argomento soggetto di commedia (anche se il pubblico, pessimo, ride in continuazione) pur se presenta alcuni risvolti buffi o umoristici (come intendeva l’umorismo  Pirandello) e che mette a nudo una certa sororanza che suo malgrado lega  le tre donne, come quando la cognata indica a Cléo  i suoi seni gonfi (la ragazza è incinta) e le chiede se anche lei li vuole così grandi (no no più piccoli le risponde Cléo  aggiungendo di essere ancora agli inizi della terapia di riconversione).

Ancora la specularità tra France e Cléo restituita tramite il riflesso di uno specchio, specularità nell’esprimere il loro  imbarazzo (per motivi diversi) tramite lo stesso linguaggio del corpo, lo stesso squisito identico femminino col  quale il corto attesta e riconosce la ragazza trans al di là della resistenza di tutti gli altri personaggi.

Last but not least, la codardia dei personaggi maschili che non sanno sentire (e figuriamoci se sanno parlare dei propri sentimenti).

Un piccolo (nella durata) capolavoro che ha vinto un numero interminabile di premi.

 

El Alquiler (t.l. L’affitto) (Spagna, 2018) durata 17’ per raccontare le difficoltà di una coppia di uomini ad accedere alla maternità surrogata sceglie la strada impervia della commedia degli equivoci. Non potendosi permettere la surrogata statunitense, si rivolgono a quella Russa, che però è permessa solamente alle coppie etero. La sorella di uno dei due fidanzati arriva sposare il cognato pur di donare al fratello la paternità tanto agognata. Quando la madre surrogata si dichiara disposta a trasferirsi a Madrid e il gioco della coppia verrebbe smascherato i due fidanzati hanno reazioni diverse. Il fratello della finta sposa vorrebbe desistere mentre il cognato sposo accetta pur di diventare padre al prezzo della stessa vita di coppia.

Un corto  opaco che si diverte a creare congetture insulse e mendaci e a scherzare su argomenti seri delicati e visti ancora con troppo pregiudizio perché si possa pensare che, a raccontarli così, si spezzi una lancia a favore dell’argomento. Un corto indigesto e deleterio, finto dalla prima all’ultima inquadratura, che per fortuna si dimentica facilmente appena si lascia la sala. L’affitto del titolo si riferisce alla casa che la coppia doveva affittare per vivere insieme alla quale dovranno rinunciare per mantenere la menzogna del matrimonio con la cognata\sorella.

Vi Finns Inte Längre (T.l. Niente più noi) (Svezia, 2018) durata 15’ di David Färdmar, è un corto inconsistente nel quale due bellissimi ragazzi simili fisicamente si lasciano dicendo di amarsi ma di non poter stare insieme perché non c’è più noi. Si lasciano parlando di mobili da dividere, in una casa di alto design (ah questi gay coi soldi!) dove tutto è detto e nulla mostrato.

Un ennesimo esempio degli amori immaturi quando si tratta di uomini.

Stereotipo negativo da rispedire al mittente.

Un corto completamente inutile.

Belli gli attori sì, ma i ragazzi belli preferiamo cercarli nel mondo e non sullo schermo…

 

 




 

 

(24 giugno 2018)

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