Riflessioni sulla dignità sociale #ilvenerdìpolitico

di Luca Venneri #ilvenerdìpolitico

È il capo saldo della nostra Costituzione. Attorno al quale ruota buona parte dei compiti che lo Stato si assume nei confronti dei cittadini. È la dignità sociale. La dignità sociale è la più grande innovazione che i nostri padri costituenti ci hanno lasciato in eredità. Identifica il modo in cui ci relazioniamo ma è, anche, il primo compito della Repubblica che troviamo all’interno della nostra carta fondamentale.

L’articolo 3 dice:
“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
E’compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.”

Dentro questo articolo c’è tutto.
Ogni 25 aprile festeggiamo la liberazione d’Italia dal nazi-fascismo (anche se FdI in Veneto celebra i morti nazisti, ndr). In quel giorno ci siamo autodeterminati come popolo. Abbiamo deciso di convivere insieme senza l’oppressione del totalitarismo fascista.

Successivamente i nostri padri costituenti hanno tradotto questa autodeterminazione sulla carta costituzionale sancendo il sistema di relazione alla base della nascente Repubblica. In quel sistema di relazioni la scelta è stata che tutti, dal primo all’ultimo individuo, hanno pari dignità sociale e il compito dello Stato è quello di rimuovere ogni ostacolo per il pieno sviluppo di ogni individuo garantendo l’effettiva – altro termine importantissimo – partecipazione allo stato, alla res publica. La dignità sociale è pertanto il grande pilastro della vita della nostra Italia liberata ma è anche il motore di una serie sterminata di diritti e, anche, di modi in cui il nostro Stato si articola e diventa garante.

Dall’Art. 3 nasce l’obbligo a non discriminare, al diritto allo studio (art. 34), ad avere un lavoro dignitoso (art. 36), a garantire le minoranze linguistiche (art. 6), ad accettare tutte le confessioni religiose (art. 8), ripudiare la guerra come strumento di offesa (art. 11), garantire diritti allo straniero quando nel suo stato non viene garantita la libertà democratica e via discorrendo (art. 10).

Possiamo dire – con ragionevole certezza – che non esiste articolo della nostra Costituzione che non sia influenzato da quelle semplici parole: dignità sociale. Il motivo è oltremodo semplice. Perché la dignità sociale non è solo una parola all’interno della Costituzione Italiana ma il vero e proprio cuore dei nostri valori repubblicani. Rappresenta il patto sociale in cui noi ci riconosciamo. La dignità sociale è il perimetro entro cui determiniamo il nostro Stato escludendo automaticamente ogni totalitarismo, ogni volontà atta a discriminare.

Quello che, a volte, ci dimentichiamo è che solo con la parità di diritti e il compito primario di rimuovere gli ostacoli che si frappongono al raggiungimento di tale partità, possiamo garantire il motore a noi stessi un futuro. Quello che ha legato un popolo il 25 di aprile, autodeterminandosi, è l’idea che abbiamo un destino comune, tutti quanti, dal primo all’ultimo dei cittadini. Questo destino comune può avvenire solo se mettiamo tutti nelle condizioni di concorrere al “progresso materia o spirituale del paese”.

Perché è in quella promessa che sta nell’articolo 4 della nostra Costituzione c’è benessere collettivo, il destino comune e come disse uno dei nostri padri costituenti, Mancini: “la fine dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo”.

 

(14 maggio 2021)

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