Una mostra a Saronno ricorda Furio Cavallini a dieci anni dalla scomparsa, dal 10 ottobre

di Redazione, #cultura

Nel 700° anniversario della morte di Dante, l’Associazione Flangini, in collaborazione con l’Assessorato alla Cultura del Comune di Saronno, presenta “Purgatorio. I sospesi”, mostra di opere a olio e disegni di Furio Cavallini a dieci anni dalla scomparsa, dal 10 al 24 ottobre 2021 nella Sala Nevera di Casa Morandi. Pittore molto noto alla metà del secolo scorso, Furio Cavallini ha intensamente lavorato tra Toscana e Lombardia, realizzando numerose opere, tra cui un’interessante serie di disegni dedicati alla condizione purgatoriale dei malati mentali.

All’inaugurazione, in programma sabato 9 ottobre 2021 alle ore 16, saranno presenti alcuni ragazzi dell’Accademia del Profondo per una breve dimostrazione del loro recente lavoro sull’Inferno di Dante e la figlia dell’artista, Giulia Cavallini, che offrirà la testimonianza della singolare esperienza vissuta dal padre nell’ex-manicomio di Trieste, dove Franco Basaglia aveva esercitato fino alla chiusura dell’ospedale. Inoltre, saranno letti alcuni testi degli scrittori Luciano Bianciardi, Carlo Cassola e Mauro Furgeri, amici di Furio Cavallini.

La mostra, a cura di Elisa Favilli e Cristina Renso, con l’intervento di Diego Furgeri, offre l’occasione di un “incontro” con Furio Cavallini, artista provocatorio, che già negli anni sessanta coglie le contraddizioni di un eccessivo sviluppo economico che porta all’alienazione dell’uomo e all’estenuazione fisica fino alla malattia. D’altro canto la malattia, e la condizione di isolamento che essa comporta, è un’esperienza che l’artista conosce nel 1955-56, quando viene ricoverato al sanatorio di Firenze. Anche in questa situazione di sofferenza l’artista disegna “furiosamente”: attraverso rapidi, ma intensi schizzi ritrae gli altri pazienti. “Descrive senza parole la fugacità del tempo, la bellezza dell’anima. Firenze apprezza i suoi lavori. Qui realizza una serie di mostre che premiano il suo punto di vista critico e la sua capacità di raccontare il tempo sospeso nell’immobilità di un quotidiano fatto di particolari.” (Elisa Favilli)

Come nei ritratti, anche nelle nature morte e nelle architetture (Periferia di Suzzara) si avverte un senso di abbandono, che diventa attesa nella rappresentazione della giacca, “la cui forma – come scrive Cristina Renso – sembra alludere a un ritorno, a un’assenza-presenza.”

Dalla sintonia di pensiero con lo scrittore Luciano Bianciardi e dalla loro amicizia nasce uno dei temi fondamentali della sua arte. La natura disabitata diventa un tema morale, che si contrappone alla realtà milanese contemporanea e all’ottimismo economico di quegli anni, che vedono “Un oceano di gente che quotidianamente la vive muovendosi dentro un paesaggio segnato dalla scansione delle case e dei grattacieli, da un centro che si perde dentro i nuovi quartieri e le sue numerose periferie. Qui la campagna è inesistente.” (Elisa Favilli)

A seguito di una crisi creativa, nel 1987 lascia Milano per rifugiarsi negli spazi dell’ex-manicomio di Trieste, dove trasferisce il suo studio. In neanche un anno realizza numerosi dipinti e disegni che ritraggono gli ultimi ospiti dimenticati della struttura psichiatrica ormai chiusa, “sospesi tra una vita malata e ‘la vita sana’, spettatori indifesi e inermi di esistenze altrui.” (Cristina Renso)

La mostra dedica un’intera sezione ai ritratti dei malati dell’ex-manicomio del Parco di San Giovanni di Trieste, dove i rami degli alberi diventano sbarre che li escludono dalla realtà e con essi l’artista che ne condivide l’esperienza: attraverso le finestre essi possono solo osservare il mondo e la vita che scorre poco lontano nel parco divenuto pubblico.

 

(29 settembre 2021)

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