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La Sanità lombarda nell’era Moratti

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di Massimo Mastruzzo*

E’ accaduto poco giorni fa, su Radio Popolare a “37e2” la trasmissione dedicata ai temi della salute, il racconto di una mamma chiama il Centro Prenotazioni dell’Ospedale pubblico Niguarda per eseguire una batteria di test neuropsicologici al proprio figlio disabile; il medico ha inserito la priorità D, quindi entro 30 giorni per le visite, 60 giorni per gli esami. L’operatrice del call center risponde che la prima data disponibile è a giugno 2023, tra tredici mesi. Se si pagano 307 euro, chiamando il Centro Prenotazione per le visite private del medesimo ospedale, gli stessi esami si possono fare privatamente tra tre giorni, sempre a Niguarda dove, ha precisato l’operatore, vengono fatti tutti i pomeriggi!

Sono tante le segnalazioni sui social di cittadini che hanno vissuto situazioni simili in varie strutture pubbliche.

È evidente che chi governa la regione Lombardia sta consapevolmente distruggendo il Servizio Sanitario pubblico per favorire ulteriormente il privato. In Lombardia è praticamente impossibile curarsi presso le strutture pubbliche; o paghi e vai negli ospedali e negli ambulatori privati oppure, per chi può farlo, si ricorre al welfare aziendale ovvero Fondi Sanitari Integrativi per i dipendenti pubblici e privati, dove spesso le stesse aziende stesse sono co fornitrici dei fondi sanitari privati.

Senza queste panacee sanitarie a pagamento, alternative al Servizio Sanitario Pubblico, puoi dover aspettare anche più di un anno. Nel frattempo la malattia avanza e alcune volte la morte rischia di arrivare prima dell’inizio della cura.

Sappiamo che situazioni simili accadono anche in altre regioni, ma almeno si eviti di parlare della sanità lombarda come esempio da imitare.

La riforma della sanità lombarda ha dovuto essere corretta da un nuovo voto in Aula, e non su aspetti secondari, ma per modifiche sostanziali. Senza queste modifiche, chieste espressamente dal Governo, con la richiesta di armonizzare la riforma Fontana-Moratti con le norme nazionali, in particolar modo sulla nomina dei direttori generali, per la quale viene ridotta la discrezionalità della giunta regionale, sul rapporto con la sanità privata e sulle funzioni delle ATS.

Senza la correzione imposta dal Governo la riforma sarebbe stata impugnata e rimandata al giudizio della Corte Costituzionale. Tuttavia, i problemi dei lombardi, come la mancanza di medici, i pronto soccorso intasati e le liste d’attesa lunghissime, anche con questa nuova versione non vengono affrontati e risolti.

L’impressione è che si tratti solo di una grande finzione per non cambiare nulla e non toccare interessi consolidati: basta pensare alle numerose inaugurazioni di Case della Comunità che, al momento, sono solo gusci vuoti e non offrono i servizi previsti dalla normativa nazionale. La Lombardia vuole i soldi dello Stato e dell’Europa, ma per continuare a farsi gli affari propri.


CASE DI COMUNITÀ 

Le regioni devono realizzare le strutture previste dal Pnrr ma senza fondi per le assunzioni stiamo investendo in strutture e servizi che finiranno inevitabilmente al privato convenzionato. La Lombardia non a caso ha già aperto agli accreditamenti l.


Chi lavorerà nelle case di comunità?

Nel piano Agenas (L’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali) sono previste le funzioni dei servizi standard divise in tre categorie: obbligatorie, facoltative e fortemente raccomandate. Nel primo gruppo ci sono le funzioni infermieristica, Oss, medica, assistenziale, laboratoristica, diagnostica. Con figure professionali come l’assistente sociale e lo psicologo, manca invece il sociologo. Ma gli standard di personale individuati, obbligatori per tutte le regioni, sono solo due: gli infermieri devono essere uno ogni 2mila/3mila abitanti; per la continuità assistenziale un medico ogni 100mila abitanti. Significa che se una regione non ha fondi le altre professionalità può eliminarle. Si creerà una diseguaglianza grave nell’offerta di salute attraverso la sperequazione tra gli standard di personale individuati. E ancora: un infermiere ogni 2mila/3mila abitanti è una forchetta enorme, uno standard buffo. Mentre il secondo standard è del tutto insufficiente.


Come si farà a far funzionare i servizi sanitari?

Si prevede di impiegare i medici di base che oggi sono negli studi e sono già insufficienti. Le regioni hanno chiesto che i medici di medicina generale vengano assunti nelle case di comunità come dipendenti del Servizio sanitario nazionale, il ministero ha detto no e ha proposto la riforma delle cure primarie: i medici restano negli studi e stipulano convenzioni con le case di comunità, organizzandosi se vogliono in Aggregazioni funzionali territoriali. Dovranno lavorare un minimo di 38 ore a settimana: 6 ore nelle case di comunità, 5 ore nei progetti regionali, le altre 27 nei loro studi. Un medico di base con 1.800 assistiti lavora già oltre le 38 ore settimanali: nelle case di comunità farà delle guardie, sottraendo tempo ai suoi pazienti, senza prendere in carico quelli sul territorio ma tamponando le emergenze. Le case di comunità hanno bisogno di un medico fisso che sviluppi un rapporto con l’utenza, non una girandola di medici di turno in turno. Così è un ibrido che peggiora l’offerta.


Con quali fondi si assumerà il personale?

Con il Pnrr creano le strutture e con la riforma integrano edifici e servizi. Alle regioni dicono ve la dovete cavare con i soldi che già avete: chi lo può fare perché non in deficit e lo vuole fare, può usare il riparto del fondo sanitario nazionale per assumere personale, chi non ha i soldi o non lo vuole fare non assumerà senza conseguenze perché mancano gli standard. La legge di bilancio non ha sbloccato il tetto di spesa del personale sanitario, che resta quello stabilito nel 2018 più il 15%, un differenziale che copre le briciole. Per l’assistenza territoriale, in deroga al tetto di spesa, le regioni se possono e se vogliono hanno per i prossimi 3 anni fino a 1 miliardo per il personale: si tratta dei fondi (2 miliardi all’anno per 3 anni) stanziati nella legge di bilancio dell’anno scorso che devono servire a coprire il deficit creato dalla pandemia. Com’è possibile che le regioni, con i fondi già stanziati, coprano il deficit, stabilizzino i precari assunti per il Covid e assumano i medici per le case di comunità?


Qual è la soluzione?

Le regioni hanno l’obbligo di realizzare le strutture del Pnrr, perché è un adempimento europeo. Saranno costrette ad accreditarle al privato, questo temiamo che accadrà. Segnali già ci sono: il piano di riforma sanitaria regionale della Lombardia apre all’accreditamento delle case di comunità al privato. Il medico che decide di aprire una coop o una srl potrà farsi dare l’appalto del servizio dal distretto gestendo in proprio il team. Non ci sono soldi per il personale pubblico a causa dei tetti di spesa eppure le uscite per gli accreditamenti privati aumentano vertiginosamente. Il blocco è solo sul pubblico. Che in questo modo si ottenga un risparmio è da vedere: il privato convenzionato è un affare per i tanti che ci vogliono guadagnare ma non per il cittadino e neppure per i lavoratori, che avranno contratti peggiori.


Ma il governo non aveva promesso più fondi al pubblico dopo il Covid?

Nel Def il fondo sanitario nazionale viene diminuito dello 0,6% annuo sul Pil: da 131 a 128 miliardi, un taglio da 3 miliardi in 3 anni. Dopo due anni di pandemia, arretrano i finanziamenti su scuola e salute per finanziare gli armamenti. Una decisione che grida vendetta.


*Segreteria nazionale M24A-ET

Movimento per l’Equità Territoriale

 

 

(4 giugno 2022)

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