Prove Invalsi 2022 e risultati; l’annoso problema si ripresenta

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di Teresa Carpino* (insegnante in Lombardia)

Ieri, 6 luglio, sono usciti i dati relativi alle prove Invalsi svoltesi in primavera nelle scuole italiane. Puntualmente si evidenziano le carenze degli studenti italiani ma soprattutto si evidenzia la sostanziale differenza di apprendimento fra le scuole del Nord e le scuole del Sud del paese. Centro non pervenuto nella discussione, come se una parte di paese non avesse importanza, positiva o negativa che sia. Sempre contrapposizione Nord e Sud.

Come ogni anno, mi sono messa a consultare i dati. Il primo sito su cui mi sono imbattuta è universoscuola.it/proveinvalsi2022, che commenta le percentuali delle prove nel modo seguente:

…Le scuole del Mezzogiorno sono meno efficaci nell’attenuare l’effetto delle differenze sociali, economiche e culturali fra gli studenti. In generale, i divari territoriali si allargano e le cifre diventano importanti per le regioni del Mezzogiorno. Diventa quindi fondamentale il ruolo dei dati censuari sugli apprendimenti – come le prove INVALSI appunto – per cercare di individuare gli studenti a rischio. Allo stesso tempo, hanno sollevato forti critiche le ripartizioni dei fondi del PNRR proprio per il contrasto alla dispersione scolastica… (zitti che forse qualcuno si accorge della disparità di trattamento fra le due parti del paese anche sul discorso investimenti).

Partiamo dal principio per far comprendere a chi non è introdotto nell’ambiente cosa siano queste famose prove Invalsi.

L’INVALSI fu creato nel 1999, su proposta del ministro Luigi Berlinguer; nel 2004 l’Istituto viene riordinato dal ministro Letizia Moratti e a partire dall’anno scolastico 2005/06 l’INVALSI predispone le prove nazionali nelle scuole italiane e ne cura lo svolgimento. Esse verranno più volte modificate negli anni a seguire. L’ultimo riordinamento dell’INVALSI, che ne amplia mezzi e competenze, risale al 2009 e al ministro Maria Stella Gelmini (tutto un dire).

A cosa servono i test Invalsi?

Le prove INVALSI sono prove standardizzate che gli studenti svolgono in diverse fasi del loro percorso scolastico, per individuare il loro livello di competenze in Italiano, Matematica e Inglese su scala nazionale. Vengono ripetute annualmente in modo da tracciare uno storico sulle competenze e conoscenze degli studenti.

Molte personalità, anche esterne al mondo della scuola, espressione di diverse posizioni ideologiche e culturali, o portatrici di diverse visioni della scuola, hanno partecipato al dibattito pubblico sostenendo posizioni pro (poche) o contro (molte) l’INVALSI.

Marco Magni, insegnante di storia e filosofia al liceo classico “Lucrezio Caro” di Roma autore del libro “La scuola ineguale”, non ha dubbi e ha spiegato lo scenario in questo modo: “Le metodologie dell’Invalsi (e i loro precedenti anglosassoni) saranno ricordate, in futuro, nel novero delle aberrazioni storiche come i test QI per individuare le “tare” o selezionare gli immigrati, i voti dati alla maniera sessantottina dal collettivo di classe, le macchine per istruire del comportamentista Skinner, ed altre bizzarrie che la storia ha sfornato nel campo dell’educazione.”

Dell’Invalsi ne parla ampiamente Pino Aprile, in un capitolo del libro ‘Tu non sai quanto è ingiusto questo paese’: “L’INVALSI, è un discutibile metodo di valutazione dell’apprendimento da parte degli allievi e “condanna”, perché rende meno, chi è stato messo in condizione di rendere meno. Trasformando il diritto negato in una colpa che improvvisati censori un tanto al chilo sbattono ogni anno sui giornali più diffusi, a riprova che “quelli” (gli studenti più poveri e meno garantiti, quasi sempre al Sud) sono meno bravi di “quegli altri”. Se INVALSI dice che c’è una differenza così profonda fra gli studenti delle aree più ricche del Nord e quelli delle aree più povere non solo del Sud (ma quasi sempre di zone con infrastrutture scarse e scadenti, come gli investimenti nella scuola e nel sociale); e ce lo dice ogni anno…quante volte ancora dovremo ascoltare questa storia prima di porci la domanda: essendo i ritardi sempre nelle stesse zone, il difetto è nelle zone o nei ragazzi che ci vivono? Insomma: le circostanze o l’antropologia? I censori dovrebbero cominciare a dirci come uscirne, cercando di spiegare gli effetti e non fermandosi a questi per ignorare le cause.

La scuola è la più grande fabbrica di equità e coesione sociale che esista. Trasformarla in macchina a servizio dei “bravi” e più fortunati, mortificando e persino abbandonando per strada gli altri, è stravolgere la sua funzione. Eppure è esattamente quel che accade: si “puniscono” gli ultimi (ignorando o addirittura creando le condizioni perché lo siano) e si “premiano” i primi.

Giorgio Israel, docente di Matematiche complementari alla Sapienza di Roma, accusava di inerzia i principali sindacati della scuola contro il dilagante strapotere dell’INVALSI, la cui valutazione, è basata su discutibili test (sotto accusa persino nei Paesi anglosassoni dove è nato). Ciò è ridurre la scuola da più grande culla di equità e cittadinanza ad agenzia per selezionare personale.

Nel 2018, Carlo Scognamiglio, docente di economia e politica industriale e poi rettore della LUISS a Roma, presidente del Senato e Ministro della difesa, scrive che nella presentazione del documento INVALSI “si afferma” che compito della scuola è quello di attenuare le differenze sociali (art.3 della Costituzione). La scuola da maestra e occasione di equità si trasforma sempre più in fabbrica di disuguaglianze, con i più poveri che scivolano ai margini e talvolta abbandonano, si autoescludono, sentendosi, non a torto esclusi. Un istituto come INVALSI reitera ed incentiva un modello sociale che esprime il massimo grado di diseguaglianza che la storia del capitalismo abbia mai conosciuto”.

Un altro critico di rilievo, il pedagogista Benedetto Vertecchi, insieme a Giorgio Israel, ha lavorato al Ministero cercando di ridimensionare il ruolo e addirittura di cancellare queste prove. Per avere un’idea di questa prospettiva critica, basta sfogliare un paio di testi recenti come La tirannia della valutazione di Angelique del Rey e Valutatemi! di Bénédicte Vidaillet, in cui si sottolinea come l’eccessivo peso attribuito a questo tipo di test generi negli studenti ansia da prestazione e da competizione.

Il rischio che viene paventato è che lo studente sia ridotto a un codice a barre, esaminato, classificato e selezionato: pronto per il mercato dell’istruzione e poi del lavoro. Il valore originario che invece viene rivendicato da chi le elabora è che le prove servono per migliorare la scuola.

 

*Direttivo Regionale Lombardia M24A-ET

 

(8 luglio 2022)

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