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32ª edizione del Festival Mix di Milano, le cronache di Alessandro Paesano

di Alessandro Paesano #MixFestival twitter@gaiaitaliacomlo #LGBTQI

 

 

 

La 32ª edizione del Festival Mix di Milano si è aperta ieri sera con la proiezione in anteprima del film di Sebastiano Mauri Favola, con Filippo Timi.

Ospitato al  Piccolo Teatro Strehler, al quale quest’anno si aggiunge la sala del teatro Studio Melato, il Festival Mix (prima “Festival del cinema Gay e Lesbico di Milano”, prima ancora “Uno sguardo diverso”) secondo (solo anagraficamente) festival italiano LGBT+ presenta al suo nutrito pubblico (ieri, serata di apertura, c’erano mille persone) una selezione di film “a tematica” necessaria e indispensabile, film, cortometraggi e documentari che altrimenti troverebbero difficilmente spazio nella programmazione regolare (questo per rispondere ai tanti detrattori dei festival omosessuali). Si tratta di visibilità di opere importanti e meno che non trovano accesso nella distribuzione ufficiale.

 

Un Festival non solamente di cinema

Il festival Mix non si limita a selezionare opere cinematografiche ma è attiva nel territorio con diversi premi, il Queen of Music (andato alla cantante Syria) il premio More Love (motto del festival da diversi anni) andato proprio a Filippo Timi del quale è stato proiettato Favola (Italia, 2017) di Sebastiano Mauri.

Stasera Iaia Forte riceverà il premio Queen of Comedy (alle 20.45 al Piccolo Strehler).

La serata di apertura di ieri sera  è stata introdotta dall’intervento elegante e musicalmente impeccabile di Drusilla Foer che ci ha regalato due splendide e personalissime versioni di I Will Survive e Life on Mars.

Il resto  si è svolto con qualche lungaggine d’altronde bisogna  presentare ogni aspetto del Festival e non solamente i film, a riprova dello spessore culturale che in tanti anni il festival è riuscito a far crescere nel territorio milanese.

Dopo 70 abbondanti minuti di cerimonia abbiamo potuto assistere a Favola di Sebastiano Mauri, con Filippo Timi tratto da uno  spettacolo teatrale di quest’ultimo, che ha riscosso molto successo negli anni. Il film, distribuito dalla Nexo Digital, sarà nelle sale solamente per tre giorni, dal 25 al 27 giugno p.v. Come “evento speciale”.

 

Favola di Sebastiano Mauri e Filippo Timi

Favola (Italia, 2017) di Sebastiano Mauri è prima di tutto un omaggio all’estetica dei film americani anni 50 e, di rimando, all’omaggio che ne hanno fatto tanti registi successivi.

Il corpo set, una  casa americana tutta colori pastello, con gli accessi tra un ambiente e l’altro curvi e morbidi, colpisce (a cominciare dallo sforzo produttivo) e incuriosisce.

Peccato che Mauri non entri  nel set preferendo sempre inquadrature frontali, prive di profondità di campo, come stesse riprendendo la scena di un teatro.

Una scelta di stile, senz’altro, che finisce col sacrificare la sontuosa scenografia rimasta un poco ignorata.

Filippo Timi è convincente nei panni di Fairytale una casalinga anni 50, che malcela la sua attrazione per uno in particolare di tre gemelli (interpretati dallo stesso attore) e passa le giornate con la sua amica del cuore Mrs. Emerald (la splendida, bravissima Lucia Mascino).

Tra lessico censurato (dire la parola membro diventa liberatorio) e angherie subite dal marito (che la picchia tutti i giorni, e questo fatto diventa una battuta) le giornate di Fairytale passano senza il minimo peso di quei lavori donneschi di mussoliniana memoria: non la vediamo mai preparare un pasto al marito o pulire la casa. Lo status di Casalinga è più detto che mostrato. D’altronde il tono del film è molto sopra le righe ma questa mancanza di ancoraggio alla realtà invece di scatenare la fantasia finisce con l’attestare il film in una vaghezza che sfiora la vacuità.

 

Una performance di genere interessante…

Interessante la performance di genere proposta nel film che fa di Fairytale un personaggio  vissuto come donna biologica dagli  altri personaggi e, apparentemente, da se stessa, fino al momento in cui la presa di coscienza di avere un pene arriva subitanea e imprevista.

Il fatto che Fairytale sia  una donna biologica alla quale improvvisamente compare un pene attesta il film più tra le commedie di scambio dei corpi dal lontano Switch (USA, 1991) di Blake Edwards al più recente Moglie e Marito (Italia, 2017) di Simone Godano,  che non a quelle incentrate su un vero percorso di trasngenderismo.

Nemmeno il colpo di scena finale (che non riveliamo) chiarisce questa ambiguità di fondo (e non ci riesce nemmeno la pagina ufficiale della Nexo Digital che presenta Fairytale come una transessuale!).

Una volta scopertasi portatrice di pene, Fairytale non sa come dirlo al marito che, la casalinga è sicura,  la ammazzerà, e si confida con Mrs. Emerald che le suggerisce di uccidere lei il marito per evitare di essere uccisa da lui.

La preparazione per questo omicidio (di un uomo che fino a quel momento non abbiamo mai visto)  non fa davvero andare avanti la trama (che manca l’obbiettivo del mistero come nucleo narrativo)  che preferisce indulgere sui tre gemelli concupiti da Fairytale.

Tre gemelli la cui la funzione narrativa è poco chiara: armeggiano tutti e tre con delle pillole che danno a sua insaputa alla casalinga (perché? E soprattutto con quale effetto sulla donna?), senza che questo nodo sia mai davvero sciolto nemmeno nel finale.

 

… che scade nell’eteronormatività

Nella sua nuova condizione anatomica Fairytale si scopre attratta da Mrs. Emerald.

Lo scopre nel più classico dei modi: durante un abbraccio amicale, il membro le cresce, con imbarazzo di entrambe che però non desistono ma cedono all’attrazione.

Mrs. Emerald che, avendo un marito gay nascosto non fa sesso con l’uomo da immemore tempo, è la più convinta delle due, ma anche Fairytale non si tira indietro al suo dovere di donna portatrice di pene.

Secondo il film, insomma, la donna Fairytale si scopre  attratta da un’altra donna non per propria indole ma per una urgenza del suo corpo dotato anatomicamente di un membro maschile che gliela fa vedere con occhi nuovi…

 

Una conferma smaccata  dell’eteronormatività dunque

Una eteronormatività che ritorna nel lieto fine dove la coppia felice e con bambini, benedetta anche da Madre (un cameo troppo piccolo per un’attrice del calibro di Piera degli Esposti) che guarda con approvazione.

Come eteronormato ci pare  il dettaglio del marito di Mrs. Emerald, che, in quanto gay nascosto (l’uomo le confessa di avere una tresca con tutti e tre i gemelli) non fa più sesso con lei da tempo immemore secondo il più trito cliché omofobico dell’omosessuale che, in quanto tale, con le donne non ce la fa.

Il film non si sottrae nemmeno come abbiamo visto  dal sottolineare, con lievità e garbo, quanto Mrs. Emerald sia interessata al neo membro di Mrs. Fairytale perché le manca da tanto… Ed eccoci servito anche il culto per il fallo…

Disarmante l’applauso di approvazione del pubblico la cui vocazione alla normalizzazione (in chiave etero, borghese e fallocentrica) è palese.

Vuoi vedere che la legge Cirinnà nella sua voglia di matrimonio comunque sia finisce di fare più danni di quanto bene (indubbiamente) non faccia?

Favola ci insegna sicuramente una cosa: che non basta far interpretare una donna a un uomo per imbastire un film Transgender o Queer.

 





 

(22 giugno 2018)

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