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L’Homo Digitalis usa il dito, la politica usa il cervello? #ilvenerdìpolitico

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di Luca Venneri, #ilvenerdìpolitico

Abbiamo tutto a portata di mano. L’intero mondo è sotto i nostri occhi. Questa è la nuova frontiera della comunicazione. Ogni regola è ridisegnata per essere a portata di dito. Smartphone, tablet, laptop e via discorrendo oggi ci offrono il mondo. In quel mondo non siamo più spettatori ma diventiamo consapevoli protagonisti. Questo è il panottico digitale dove tu puoi vedere tutti e dove tutti ti vedono.

La comunicazione digitale è la più grande rivoluzione di questi ultimi 20 anni. Abbiamo rivoluzionato il modo di parlare, relazionarci, interagire e se aggiungi una piccola pandemia globale il gioco è servito. Ci stiamo evolvendo. Benvenuti tutti nell’evoluzione ultima dell’uomo, quella dell’homo digitalis.

L’homo digitalis usa il dito, come strumento massimo del suo agire, del suo pensare, del suo essere. Il dito in tal senso è la porta di questo mondo ma anche simbolo del suo contare. Ininterrottamente siamo diventati schiavi del contare. Scrivendo anche questo articolo mi faccio domande del tipo: quante persone mi leggeranno? Quanti like? Quanti condivisioni? Siamo incalzati dal contabile come simbolo del gradimento nei confronti della nostra comunicazione. Il contare diventa, in tal senso, misura della qualità di quello che pensiamo e diventiamo vittime del piacere altrui. Questa, in estrema sintesi, è la comunicazione 2.0, la post-comunicazione dove il messaggio non è solo informazione ma vero e proprio input di esistenza. Se non comunichiamo non esistiamo. In questo senso l’uomo digitale, questo estremo contabile, misura la sua esistenza nel numero dei post su qualsivoglia nuova superfice comunicativa. Non perdiamo l’occasione di contare anche gli amici. La nostra socialità, oggi, è vittima e schiava del nostro eterno e incessante contabilizzare ogni aspetto dell’umano.

Viviamo in uno sciame comunicativo. Tutti possono dire tutto e il suo contrario. Ogni qual volta uno esprime un pensiero è consapevole ormai di tre cose. La prima è quella che ci saranno sempre persone che non la vedranno come noi. La seconda che chiunque la veda come noi troverà sempre una maniera per fare un distinguo e, la terza, è la frustrazione, da individui post-comunicativi, che sale non appena postiamo perché su quei like, su quelle condivisioni, misureremo noi stessi e la nostra capacità di essere umani. La nostra capacità dell’esistere. Questa è la fenomenologia del mi piace, dove la nostra realtà è mutuata dalla capacità o dalla illusione di penetrare le barriere e arrivare all’altro.

È una società anestetizzata dal dolore, solo il ‘mi piace’ esiste perché il dolore non è cool, non è una condizione ammessa. La fenomenologia del ‘mi piace’ si compone nella presunzione che la realtà è misurabile con la capacità di stimolare a più persone possibili una reazione.

Hey. Fermi tutti. Questo è un Venerdì Politico.
La comunicazione politica tiene conto e contabilizza la fenomenologia del ‘mi piace’, la fa sua come strumento per creare consenso, perché, in questa rivoluzione digitale, si insinuano tutti i metodi di controllo delle masse. Trovare un nemico comune, usare linguaggi infantili, parlare alla pancia, delineare un problema e tracciare soluzioni. Sono tutti metodi per il controllo delle masse messi il linea, magistralmente, da Noam Chomsky. La politica ha cambiato modi e metodi e in questo cambiamento i populismi incontrano terreno fertile.

Oggi la politica non si adegua al pensiero dei cittadini ma cerca di modellare il pensiero delle masse sui propri obiettivi. La politica si approfitta dei limiti, delle paure dell’homo digitalis. La politica non ha più necessità di produrre le politiche (realizzare cose per il bene comune) per ottenere il consenso ma basta modellare il pensiero comune per ottenerlo.
Triste, tutto triste. Vero?

Questa è la politica nell’era dell’homo digitalis che contabilizza il consenso come i ‘mi piace’ su un social.

 

(26 febbraio 2021)

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