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Se l’università proibisce Dostoevskij fa più male ai russi, a se stessa o pratica il surrealismo degli anni duemila?

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di Giovanna Di Rosa

La guerra lontana deve avere qualche effetto su certe teste nostrane, sempre troppo inclini all’essere più realisti del re, anche se il re e lontano, così pronte alla reazione immediata da perdere il senso del ridicolo. Solo in questo modo si può commentare la decisione di rimandare un corso su Dostoevskij presa dai vertici universitari per “evitare polemiche”, a causa del conflitto in atto. E delle misure prese dai nostri governi.

Basterebbe ricordare sommessamente il valore universale della straordinaria scrittura di Dostoevskij, basterebbe ricordare che il docente che si è visto sospendere il corso è Paolo Nori, secondo noi uno dei migliori scrittori italiani contemporanei; basterebbe ricordare il valore dato all’essere umano, l’urlo contro l’umana sofferenza che la letteratura di Dostoevskij impone a chi voglia affrontarle (letteratura e sofferenza) e invece ci troviamo a dover commentare la surreale decisione dei vertici dell’Università Bicocca arrivata a Nori via email, il cui testo è ripreso anche dal quotidiano La Stampa e che Nori stesso ha letto in diretta Instagram, con le lacrime agli occhi.

Caro professore, stamattina il prorettore alla didattica mi ha comunicato la decisione presa con la rettrice dì rimandare il percorso su Dostoevskij. Lo scopo è quello dì evitare ogni forma dì polemica soprattutto interna in quanto momento dì forte tensione”.

Nessun altro commento è necessario. Anche perché dopo la figuraccia nazionale l’Università Bicocca ha fatto marcia indietro. Perché a volte il rimedio a volte è peggio del male.

 

(2 marzo 2022)

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