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Richiamo dell’UE all’Italia: la distribuzione dei sussidi favorirebbe i “soliti noti” dell’agroindustria

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di Massimo Mastruzzo*

La Lombardia è la prima regione per numero di suini allevati di tutta Italia. Qui vivono quasi 4,4 milioni di maiali — ovvero il 50% della produzione nazionale. la provincia di Brescia conta più maiali che abitanti. La Lombardia è anche la regione con il maggior numero di capi bovini allevati in Italia: quasi 1,5 milioni, il 27% del totale, concentrati, anche questi, soprattutto tra Bergamo e Brescia. Subito dopo si attesta il Piemonte, con 815 mila capi e il Veneto con 753 mila. L’Emilia Romagna è al quarto posto con 572 mila capi.

In pianura Padana l’aria ha superato in 3 mesi i giorni di aria inquinata con PM10 sopra a 50 mcg/m3 “disponibili” in un anno (35); il suolo è imbevuto di fanghi tossici e antibiotici, le falde acquifere sono eutrofizzate e vulnerabili ai nitrati, e con i “digestati equiparati” a fertilizzante l’ambiente Padano non potrà che peggiorare. Nel latte materno delle donne bresciane, anche di aree considerate non esposte al Pcb, ci sono concentrazioni maggiori di questo inquinante rispetto ad altri territori in Italia ed Europa. Questo emerge dalle due relazioni, (consultabili a questo link https://www.ats-brescia.it/web/guest/relazioni-e-pubblicazioni ) rese disponibili da Ats, sugli ultimi studi condotti sulla popolazione bresciana, per valutare l’esposizione agli inquinanti “tipici“ del Sin Caffaro, ovvero Pcb, diossine e furani.

Gli allevamenti intensivi che concorrono in modo significativo ad aggravare i fattori di pressione ambientale rischiano concretamente di portare l’ambiente Padano al punto di non ritorno. Il problema più grande di questi allevamenti risiede nei grandi quantitativi delle flatulenze e dei liquami prodotti dai milioni di animali che vi risiedono, uno studio portato avanti da Greenpeace in collaborazione con l’ISPRA, l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, ha portato alla luce un risultato molto preoccupante: tra il 2007 e il 2018 gli allevamenti intensivi hanno inquinato come quasi otto milioni e mezzo di automobili. In questo lasso di tempo l’industria zootecnica ha aumentato del 6% le emissioni ogni anno che equivalgono a 39 milioni di tonnellate di anidride carbonica.

Il paradosso è che analizzato il database dei finanziamenti europei per l’agricoltura (PAC – politica agricola comune), l’UE, oltre alle maggiori associazioni ambientaliste, si è accorta, ed ha inviato un richiamo, che il governo italiano, nella distribuzione dei sussidi, favorirebbe i “soliti noti” dell’agroindustria, in particolare le aziende zootecniche della Pianura padana, lasciando indietro le aree già svantaggiate del Sud Italia e, in generale, le zone agricole più isolate;

In particolare Greenpeace nella sua indagine che non a caso si chiama ‘Fondi pubblici in pasto ai maiali’ (Consultabile a questo link https://attivati.greenpeace.it/petizioni/allevamenti-intensivi-lombardia/ ), ha evidenziato come “Nell’11% dei comuni lombardi il numero dei capi allevati è talmente alto che il limite di legge non viene rispettato”. Ma paradossalmente proprio a questi comuni ‘fuorilegge’ – che avendo allevamenti che sforano il limite di azoto mettono a rischio ambiente e salute pubblica – sono stati destinatari di quasi la metà dei fondi pubblici europei per la zootecnica in Regione, un totale di 120 milioni di euro.

Non a caso Arpa Lombardia chiarisce che bisogna porre “attenzione ad alcune pratiche agronomiche collegate agli allevamenti perché favoriscono la disponibilità nel suolo di azoto”. Purtroppo però “in Lombardia viene ispezionato solo il 4% degli allevamenti”.

La correlazione tra quanto sopra e i dati ATS sul latte materno delle mamme bresciane è legato da una sorta di inquinamento circolare dato da un territorio dove diossina, pcb e allevamenti intensivi diventano una bomba ecologica che inizia a colpire i cittadini fin dalla loro prima poppata.

La corretta distribuzione su tutto il territorio nazionale dei sussidi pubblici, così come l’omogenea distribuzione delle relative strutture, con un limite severo al numero di capi/allevamenti intensivi per territorio, e il contemporaneo sostegno per una transizione verso attività più sostenibili, è la proposta di M24A-ET per rispondere al richiamo che l’UE ha inviato al governo italiano, perché nella distribuzione dei sussidi, favorirebbe i “soliti noti” dell’agroindustria, in particolare le aziende zootecniche della Pianura padana, lasciando indietro le aree già svantaggiate del Sud Italia e, in generale, le zone agricole più isolate.

 

*Direttivo nazionale M24A-ET
Movimento per l’Equità Territoriale

 

 

(20 aprile 2022)

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