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Da un lato medici di famiglia che non servono più, dall’altra pagatissimi “medici a gettone”

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di Massimo Mastruzzo*

«Nei prossimi anni mancheranno 45 mila medici di famiglia, ma tanto chi ci va più? Chi ha almeno 50 anni va su Internet e cerca lo specialista. Il mondo in cui ci si fidava del medico è finito. Senza offesa per i professionisti». Con queste parole, pronunciate nel 2019 al Meeting di Comunione e Liberazione di Rimini dall’allora sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, il leghista Giancarlo Giorgetti, traslocato dal Ministero dello sviluppo economico del governo Draghi al Ministero dell’Economia e Finanze del neonato governo Meloni, si ribadisce in sostanza il pensiero di una certa linea politica che, a discapito di quella pubblica, spinge verso la privatizzazione della sanità cercando di far passare, ad esempio, il concetto che i medici di famiglia sono un concetto anacronistico, non servono più.

Stando però all’Istat, in media il 74% delle persone da 15 anni in poi fa ricorso al medico di famiglia almeno una volta all’anno (con una media di 1,2 contatti l’anno) ma si sale al 90,9% se si considerano solo gli ultrasessantacinquenni .

Nel frattempo prende sempre più piede il medico a gettone: migliaia di professionisti, pagatissimi, che ogni giorno entrano negli ospedali italiani, ingaggiati da cooperative esterne su affidamento delle aziende sanitarie, per coprire i sempre più numerosi buchi d’organico. Un’opportunità economica che sta attraendo, più o meno legittimamente, i medici in quanto lavoratori (vado dove guadagno di più ) a tutto danno del concetto di medico che, opportunamente retribuito, offre un fondamentale servizio di pubblica utilità.

Se infatti per un gettone si arrivano a offrire fino a 1.200 euro a turno per singolo medico, in sostanza più della metà della paga che uno specializzando prende in un mese intero, si può facilmente comprendere come il percorso sanitario intrapreso in Lombardia, è avallato da Roma, stia portando alla paradossale situazione di cittadini che dall’oggi al domani si ritrovano senza il proprio medico di famiglia, andato in pensione, e senza nessun sostituto.

Sembra un paradosso, ma trovare un medico per le cooperative non è difficile. Le aziende ospedaliere alle strette concedono bandi remunerativi, con requisiti di accesso spesso bassi e retribuzioni molto alte (e in ogni caso ben lontani da quelli che vengono richiesti per un medico interno, che dev’essere quanto meno specializzato).

Ormai si registrano casi paradossali: l’ex direttore del Policlinico di Monza e poi viceprimario a Paderno, Riccardo Stracka, 44 anni, si è licenziato, lasciando il posto fisso, e si è messo a fare il gettonista per una cooperativa che si muove tra Lombardia, Piemonte e Veneto. Dice di guadagnare il 60-70% in più rispetto a prima. Poi “ci sono le tasse”, e ci mancherebbe.

Diverse inchieste giornalistiche hanno portato alla luce chat su Telegram con messaggi come questo: «Ci sono colleghi che si spostano con i pullman. Con 3 o 4 turni prendono più di un assunto in ospedale», dove dietro si nascondono gli affari per le cooperative private che in media su ogni turno trattengono una percentuale che va dal 7 al 15%. In tutto questo si intravede la classica palla di neve, la sanità privata, che sta rotolando ingrossandosi economicamente sempre più con i diritti, una sanità pubblica eccellente, sottratti proprio a chi ne ha più bisogno, facendo prevalente il concetto di mors tua vita mea.

*Segreteria nazionale M24A-ET
Movimento per l’Equità Territoriale

 

(22 ottobre 2022)

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