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Se il popolo italiano rinuncia a votare fa un favore a chi della democrazia si è stancato

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di Marco Biondi

Commento una notizia di due giorni fa. Nel distretto elettorale di Monza e Brianza, la popolazione ha, in sostanza, abdicato al proprio diritto democratico di eleggere il proprio rappresentante in Senato. Questa è la notizia e la mia conclusione alla quale arrivo dopo aver rilevato che quattro elettori su cinque hanno deciso di non esprimere il proprio voto alle elezioni suppletive generate dalla scomparsa di Silvio Berlusconi. E’ un’amara constatazione.

Se facciamo un passo indietro, forse potremmo ascrivere il problema a chi si è presentato come candidato per quel seggio.

Chi ha vinto, Adriano Galliani, ora senatore della Repubblica, non ha praticamente fatto campagna elettorale. Ha sostenuto che meritava di essere eletto in forza dei risultati ottenuti quale proprietario del Monza Calcio e in quanto amico fraterno del defunto Silvio Berlusconi. E ha vinto. A votare il 19% degli aventi diritto. L’unico antagonista che poteva avere qualche speranza di vittoria è stato Marco Cappato, storico rappresentante dei radicali, dedito alle battaglie civili, ma che nulla aveva a che fare con il territorio monzese. I maggiori partiti dell’opposizione hanno di fatto dichiarato il loro disinteresse per quel seggio. Questi sono i fatti. Nudi e crudi.

Il commento non può non vertere sulla necessità di una presa di coscienza di quanto ci stiamo allontanando dai principi democratici della rappresentanza.

Prendendola larga, potremmo addirittura ipotizzare che la stessa funzione dei parlamentari ha perso significato. Ormai le leggi sono decise da un manipolo di persone legate ai partiti della maggioranza, che propone decreti legge e che semplicemente richiede (impone?) l’asettica funzione di voto favorevole dei propri gruppi parlamentari. La funzione legislativa dei parlamentari si è desolatamente persa nelle stanze del bunga bunga berlusconiano. A nulla valgono le puntuali lamentele delle opposizioni: chi ieri si lamentava per l’abuso del ricorso al decreto legge, oggi dimostra di riuscire a fare molto peggio. Restringendo il campo, vediamo anche che il principio democratico di avere dei propri rappresentanti che si fanno carico delle esigenze della propria circoscrizione nel Parlamento nazionale, non riveste più alcuna importanza agli occhi dei partiti (e gli elettori si adeguano). Resta però, nel novero dei nostalgici della democrazia come questo scrivente, il dubbio che se avessimo dei partiti che si rifanno a quei principi e che iniziano a lottare per quelli, magari un rigurgito di interesse potrebbe risalire, almeno in una parte degli elettori.

Se guardiamo a questi risultati desolanti, ci chiediamo a quale tasso di astensione dal voto ci stiamo avviando in vista delle prossime elezioni europee.

Qualche politico ci aiuti a far capire quale importanza rivesta il principio di rappresentanza, o almeno perché si è deciso di cancellarlo nei fatti (con che passione vai a votare se non sai chi voti?). E se, invece di proporre vecchi trombati nelle liste elettorali (si sente parlare nientemeno che di Alemanno e di Formigoni), i partiti tornassero a proporre candidature di rilievo, persone competenti e che hanno a cuore le sorti del nostro paese e dei territori dai quali provengono, magari la speranza di superare la barriera del 50% di elettori che si presentano ai seggi, potremmo persino coltivarla. A tutt’oggi la vedo dura.

 

 

(25 ottobre 2023)

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