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Quando il Corriere scriveva “la paura è più pericolosa del virus”

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foto: ANSA/ALESSANDRO DI MARCO

di Daniele Santi #Coronavirus twitter@milanonewsgaia #Parole

 

Proprio il giorno successivo alla boutade di Attilio Fontana sul virus che era “poco più di un’influenza” – c’avrebbe scherzato su a Carta Bianca, il Corriere che sarebbe il primo quotidiano italiano, quello che è anche quello nelle mani di Cairo, che è poi il Cairo de La7 di GilettiMentana, quella televisione dove si parla di parlare con veridicità scientifica e si dà la parola a Salvini, titolava che “la paura è più pericolosa del virus” inneggiando ad una “Milano aperta” e bla bla bla

Si trattava di titoli e occhielli che ricordavano banalità come quella che prima o poi tutto finisce, tranquillizzanti come “anche il virus passerà”, come se non fosse chiaro che anche la nostra vita prima o poi passerà (o finirà), virus o non virus, perché tutto passa. insomma grande letteratura da titolo che attiri l’attenzione e chi vuoi che lo legga l’editoriale del Direttore che stava proprio lì.

L’editoriale prendeva sul serio la cosa, ma anche no, che è lo stile del Corriere. Se la prendeva con la politica, ma non troppo ché teniamo famiglia; diceva senza dire, suggeriva, ma nemmeno troppo perché non si sa mai. Insomma. Diceva questo. Tra le altre cose.

…Un po’ meno ci sono piaciute le liti della politica, le uscite improvvide come quella del premier sulla sanità lombarda, le fughe in avanti del governatore delle Marche, con la chiusura delle scuole in una situazione che invece non la riteneva necessaria. O l’indicazione di chiudere i bar alle 18, poi revocata. E per ultimo quel video su Facebook in cui il governatore della Lombardia, negativo al test ma in autoisolamento per un caso riscontrato nel suo staff, ha indossato in diretta la mascherina informandoci che per 14 giorni lo vedremo così. Un gesto forse pensato per comunicare una «nuova normalità» ma poco utile a ridurre le preoccupazioni.

Perché si parlava di preoccupazioni. Si giocherellava con le mascherine mettendosele storte. C’era bisogno di leggerezza… Potrebbero andare a raccontarla a Bergamo oggi, la leggerezza propagata fino al 28 febbraio, o solo tornarci sopra per dire “Ci siamo sbagliati” perché in quei giorni, in Lombardia, regione modello devastata dal Coronavirus che – sciacallo come troppi sono – ha portato alla luce tutte le incapacità del leghismo salviniano che vuole farsi scuola, ed è solo un buco nero, nero-ventennio, covava già ciò che sarebbe esploso di lì a poco: una epidemia che l’avrebbe devastata come sta devastando il mondo.

Certo non in tutto il mondo ci sono leghisti e Corriere. E magari è anche una fortuna.
Certo c’è chi ha Trump e le fosse comuni. E le due cose sarebbero insopportabili anche prese singolarmente.

Poi l’editoriale del Corriere se la prendeva con la ragionevolezza.

La ragionevolezza delle dichiarazioni degli esperti hanno fatto fatica a fare breccia. In particolare quelle che ci raccontavano un virus da cui si guarisce senza gravi problemi nell’80-90 per cento dei casi (sono 45 le persone che l’hanno già superato), molto contagioso ma con un tasso di mortalità bassissimo e legato spesso a patologie concomitanti, come avviene nel caso dell’influenza. Un’epidemia seria, da circoscrivere e controllare, visto che non abbiamo ancora un vaccino, con la consapevolezza però che non siamo di fronte alla peste o a ebola. 

Certo del virus non si sapeva nulla, e proprio per questo sarebbe stato opportuno stare zitti. ma come fai a zittire chi delle parole ha fatto il proprio lavoro. Certo “non siamo di fronte alla peste o a ebola”, soltanto a ventimila morti, una generazione che sembrava indistruttibile spazzata via e a una serie di superficialità sulle quali occorrerà fare luce, proprio in Lombardia guarda un po’, dove i cervelloni sapevano già cos’era il virus ed erano già più esperti dei virologi che più umilmente confessavano di non saperne nulla pur, conoscendo essi i virus, avvertendo la popolazione che la cosa non andava affatto presa sottogamba.

E tra editoriali di direttori esperti, battute disinformate di governatori, “zone rosse” non istituite per leggi lette superficialmente che poi Gallera ha approfondito, assessori corpulenti che si sono “rotti le palle” e vogliono che “Conte ne prenda tante”, un ospedale costato ventuno milioni di euro (sette milioni di euro a paziente se è vero che ce ne sono solo tre di ricoverati, in quell’Ospedale in Fiera della Propaganda Leghista) e ridicole storie di mascherine, siamo ad oltre ventimila morti e c’è chi si preoccupa di “far ripartire il campionato di calcio al più presto”. Magari il giornalone avrà tempo di scrivere un altro arguto editoriale su questo.

Perché c’è sempre una grande differenza tra l’Italia che si racconta e l’Italia reale. Soprattutto quando non si prende mai posizione su ciò che succede. Nel frattempo questo virus che certamente non è peste o ebola condizionerà pesantemente le nostre vite, ammesso che ci risparmi, più a lungo di quanto l’incoscienza di certe dichiarazioni portasse a pensare.

 

(14 aprile 2020)

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